CAFFE’ FILOSOFICO 17 Aprile 2018 Discorso e verità: gli ambigui meccanismi della persuasione tra presente e passato

 

Intervento della Prof.ssa Enrica Tulli

Quali relazioni vogliamo stabilire gli uni con gli altri? Quale rapporto intendiamo costruire con la realtà? Ci ostiniamo a ricercare il nostro sé autentico o ci riconosciamo nelle fluttuanti identità che una società liquida può veicolare?  E’ più importante per noi cogliere cosa sia vero o è determinante, prioritario l’appartenere alla tribù giusta? Ed è legittimo, poi, porre queste domande, dando per scontata la permanenza di un soggetto plurale, un “Noi”, che sembra svanire nella nube dello sciame digitale di individui anonimi e isolati?

Le risposte a domande così cogenti  non possono essere ricondotte interamente a  concetti, teorie, autori del passato, anche recente, perché  gli sviluppi nel campo delle tecnologie e dell’informazione aprono scenari inediti che non si conformano, per la loro comprensione alla “cassetta degli attrezzi” di cui disponiamo. Si rendono necessarie nuove categorie interpretative, difficili da definire perché il presente è ibrido, carico di intrecci tra vecchio e nuovo e impone una navigazione a vista lungo le tracce di quella che qualcuno chiama  “La quarta rivoluzione” .

La filosofia può venirci in aiuto o le strade che ha percorso fin dalle sue origini sono ormai inaridite?  Accogliamo volentieri l’invito di Luciano Floridi in “La quarta rivoluzione  Come l’infosfera sta trasformando il mondo”:  “Abbiamo bisogno della filosofia per afferrare la natura stessa dell’informazione. Abbiamo bisogno della filosofia per anticipare e indirizzare i risvolti etici che le ITC producono su di noi e sul nostro ambiente. Abbiamo bisogno della filosofia per migliorare la dinamica economica, sociale e politica dell’informazione. E infine abbiamo bisogno della filosofia per tracciare il corretto quadro concettuale entro il quale poter semantizzare (vale a dire dotare di significato e capire) la nostra complessa situazione attuale. In sintesi abbiamo bisogno di un a filosofia dell’informazione in quanto filosofia del nostro tempo per il nostro tempo”. (Prefazione pag. XIII).

Dunque, di filosofia sembrerebbe esserci un gran bisogno! Ma di quale filosofia?  Se la filosofia è logica della scoperta,  a-letheia, s-velamento, e presuppone l’acquisizione di una verità certa indiscutibile (il modello della  adaequatio rei ad intellectum), è difficile che possa aprirci qualche spiraglio, dal momento che verità e discorso oggi procedono lungo un solo binario, appunto quello del discorso che si apre nelle molteplici deviazioni  delle interpretazioni, alcune appositamente confezionate come “fake news”. Certo, l’aspirazione alla verità, pur compressa dalla sua stessa impossibilità, può  sempre rappresentare un oggetto del desiderio. Penso alla strabiliante impresa di un giovane filosofo che ci ha lasciato nella sua tesi di laurea, “La persuasione e la rettorica”, un percorso di ricerca originale e fecondo di ulteriori sviluppi. Mi riferisco a  Carlo Raimondo Michelstaedter che nel 1910 è alle prese con la sua tesi di laurea, ma anche , anzi, forse principalmente, con la sua vita: dare senso alla propria esistenza e, contestualmente, impegnarsi in una ricerca filosofica di impianto teoretico che dimostri la possibilità di imboccare la via alla “persuasione”, come la chiama l’autore, l’unica che conduce alla  presa di possesso di se stessi e di concentrazione nel presente. L’uomo si trova, infatti, di fronte a una drammatica alternativa: l’autenticità della via alla «persuasione» o l’inautenticità del mondo della «rettorica», in cui la vita si risolve in un continuo tendere ad obiettivi sempre diversi e deludenti.

Se vogliamo però entrare nei meandri della contemporaneità e, in particolare addentrarci negli “ambigui meccanismi della persuasione”, dobbiamo avvalerci della filosofia come logica della ricerca. In questo caso si tratta di interrogare dubitando e a questo scopo non siamo tenuti a mantenere il regime di una verità dimostrativa, ma possiamo, anzi dobbiamo, avvalerci di una argomentazione intorno al possibile, al probabile. Questa direzione di ricerca era stata intrapresa da Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca nel  “ Trattato dell’argomentazione – La nuova retorica ” , pubblicato alla fine degli anni ’50, in cui si proponevano di elaborare uno studio puntuale ed articolato dell’argomentazione, con l’intento di  limitare la distanza tra dialettica e retorica e rivalutare il ruolo di quest’ultima all’interno dell’argomentazione, sottolineandone la ragionevolezza. Essi non negano il ruolo della ragione quale tratto distintivo dell’essere umano, ma ridimensionano la posizione illuminista secondo cui tutto ciò che non è scientificamente provato è falso. In particolare, gli autori giustificano la loro vicinanza alla retorica in quanto l’argomentazione si occupa del probabile e non del necessario e non trascura il senso delle espressioni e da dove provengono i principi e i valori che costituiscono l’attività argomentativa stessa. In caso contrario, infatti, non si realizzerebbe quello che per Perelman e Olbrechts-Tyteca è un fattore determinante per il successo dell’argomentazione, ossia l’ “adesione delle menti”,la “comunanza spirituale tra soggetto argomentante e uditorio.

Il modello della logica della ricerca, giunto sino a noi, (Popper, il secondo  Wittegenstein, il fallibilismo, il relativismo, ecc.) ritiene, dunque, che la verità consista nella acquisizione di un grado di probabilismo temporaneo, coerente con un determinato paradigma non assoluto (Kuhn). Ed è sulla base di queste premesse che la filosofia  esamina criticamente qualunque informazione o notizia, non accettandone mai l’assolutezza, assumendone il valore di verità in termini, al massimo, di coerenza logica o di probabilismo. Sicchè la filosofia rappresenta una sorta di antidoto, un contravvveleno  nei confronti della omologazione e della massificazione e della accettazione dell’informazione. Se pensiamo, ad esempio,  al fenomeno delle fakes news, che nella nostra era super tecnologizzata e soprattutto ipermedializzata rivestono un ruolo politico e sociale di orientamento della pubblica opinione, in termini di consenso, costumi, mode culturali, non possiamo fare a meno di pensare che la filosofia possa, debba venirci in aiuto.

La verifica dei fatti e delle notizie è diventata una necessità sempre più diffusa nell’era dell’informazione digitale. Il problema delle notizie non verificate è un’emergenza a livello mondiale.  A Buenos Aires, nel giugno del 2016 si è svolta la terza conferenza mondiale dei fact-checkers, i verificatori di notizie, ma la quantità raggiunta di fakes è nettamente superiore alla possibilità di smentita:ci vogliono dalle 10 alle 20 ore perché una fake venga raggiunta dalla sua smentita e molte difficoltà sono dovute al gioco inarrestabile di specchi che rilanciano bugie e mezze verità. Il mondo è sempre stato attraversato da “rumors “ , “voci” usate per delegittimare avversari politici e concorrenti di mercato, per cercare di gestire fatti ignoti, per scandalizzare, per danneggiare … Il passaggio “di bocca in bocca” è stato a lungo il canale principale di questo  sistema. Ma oggi il mezzo ( la rete, i social)  di trasmissione mediale è diverso, raggiunge i continenti più  lontani e gli  effetti hanno ricadute globali e sono temutissimi perché tendono a sfuggire al controllo della politica e delle istituzioni. ( es. il vaccino t rivalente genera l’autismo).

Perché si continua a credere alle notizie false, pur sapendo che sono false? Qualcuno riferisce di un meccanismo primordiale della specie, attraverso cui gli individui fissano il ricordo di un evento,o di una notizia relativa un evento che ritengono pericoloso per la specie, e lo conservano in memoria inalterato e inalterabile, e in più contribuiscono a riprodurlo parlandone con tutti, per cui l’informazione non potrà mai più essere modificata e nemmeno dimenticata. Altri osservano che ogni messaggio non è verificato o falsificato, ma è assunto come vero o come falso in chiave ideologica (sim – patia /  anti – patia). In ogni caso, l’impossibilità di affermare che una proposizione è vera quando corrisponde alla realtà , ha prodotto una civiltà che presenta come tratto specifico il livello probabilistico. Lo specchio, la mente che si credeva riflettesse la realtà si è frantumato in miriadi di interpretazioni, provvisorie, inadeguate. Non  stupisce, dunque, che la dinamica del rumor/fake  sia indipendente dal problema dell’autenticazione. Oggi chiunque può diffondere in rete, senza filtri, le sue menzogne, che altri, per ingenuità o malafede, rilanceranno sui social in una catena che nessuna smentita o ragionevole obiezione sembra in grado di fermare. L’informazione dal basso è inarrestabile, soprattutto per l’effetto dirompente dei social e di internet, e, d’altra parte, sembra, a molti,avere grandi potenzialità, perché, nella pluralità e infinità dei tagli e dei punti di vista, risulta capace di stimolare forme di partecipazione più libere.  I giovani, ad esempio,  oggi mostrano un forte disinteresse per tutti i media informativi che perseguono l’ideale dell’obbiettività giornalistica (quotidiani, telegiornali,ecc.) mentre amano i programmi di satira politica e talk show partigiani, nei quali la faziosità polemica annulla ogni evidenza fattuale. La spiegazione che forniscono per queste loro scelte riflette un bisogno di senso, la necessità di  andare oltre il fatto per capirne il significato, di acquisire non tanto informazioni quanto una formazione, qualcosa di significativo per la loro esistenza. È in fondo una richiesta d’educazione,una domanda agli adulti di chiarire quali sono i valori in cui credere.  Il problema, però, consiste nel fatto che i giovani , e le persone più fragili, a rischio, non sono in grado di distinguere le informazioni fattuali da quelle false e sono anche più inclini a lasciare che il soggettivo prevalga sull’oggettivo, a pensare e agire come se i propri sentimenti potessero influire sui fatti e persino dimostrarli.

Questi sono alcuni degli effetti devastanti di una società digitale.  Non possiamo, dunque, ignorare le dimensioni del problema e sostenere, come fanno alcuni, che non c’è niente di nuovo, non è cambiato nulla: verità e falsità si fronteggiano come sempre, seppure con altri mezzi. Non dimentichiamo la lezione di McLuhan e, già che ci siamo,  neppure quella di Francis Bacon:  – sapere è potere- che  inaugurava un atteggiamento pragmatista per il quale non importa che una cosa sia vera, bella ,giusta, l’importante è che sia utile. Peirce, autore di un pragmatismo più sofisticato, distingueva induzione e deduzione, cui aggiungeva l’abduzione, una forma della logica in cui la verità di una proposizione si scopre solo a posteriori (ad esempio, tirare a indovinare, “tu, hai rubato l’orologio” o la logica del: – l’importante è che funzioni -). Ciò vuol dire che l’etica, l’estetica, la metafisica risultano azzerate e che, di conseguenza, anche le relazioni non vengono più programmate. Che fare? Remo Bodei ci induce a riflettere sul fatto che “…di sicuro non torneremo indietro da un punto di vista tecnologico e scientifico. D’altronde spero che nessuno voglia santificare i vecchi limiti. Il pensiero filosofico-scientifico consiste nel varcare i confini, è un incessante viaggio di scoperta. Né si possono imporre limiti per decreto, perché la democrazia per quanto debole non lo consente. Ma non si può neppure più affidare tutto alla libertà individuale e narcisistica… Credo sia necessario rimodulare l’idea di limite sulla base dei vincoli dettati dalle nuove condizioni storiche. E in questo ci possono aiutare molto proprio i saperi umanistici. Oggi si esaltano e finanziano soprattutto scienze dure e tecnologia e si pensa che la cultura umanistica non serve a niente. Ritengo, al contrario, che essa sia più che mai necessaria per dare senso alla vita individuale e sociale. Così come si ara il terreno per smuoverlo e favorire la crescita delle piante, oggi sarebbe necessario fare altrettanto per coltivare al meglio l’umanità. Per spingerla a varcare nuovi limiti e a considerare l’opportunità di preservarne o rafforzarne altri». Siamo confortati? Ci sentiamo al sicuro? Difficile, improbabile  …..

Se poi si azzardano previsioni sul futuro (con la speranza che non si avverino come fortunatamente è successo più volte) , apprendiamo da Nicola Zamperini in PROSSIMI UMANI  Come sarà la nostra vita tra vent’anni, che:   “Distinguere il vero dal falso, una notizia inventata da una verificata, è un problema per gli esseri umani, figurarsi per un algoritmo. Per molti fabbricare notizie false ha risvolti politici (…) o economici (…) difficili da contrastare …  con lo sviluppo della tecnologia, con la possibilità di alterare proprio foto e video sarà sempre più difficile distinguere il vero dal falso.”  E non solo …. “Ci troveremo senza identità digitale, con la carta di credito utilizzata da uno sconosciuto dall’altra parte del mondo, osserveremo video falsi di cui sarà pressoché impossibile accertare l’autenticità e tutto questo creerà nuovi equilibri, pericoli inediti e paure di cui oggi non possiamo ancora definire i confini. L’unica cosa certa è che la guerra sarà una cosa troppo importante per farla fare ai generali, infatti dovranno pensarci ingegneri informatici e hacker”.

Non ci resta che sperare nelle generazioni future! In adolescenti come Wade, il protagonista di  READY PLAYER  ONE, il film di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernst Cline, che riapre la possibilità di recuperare la realtà dismessa vincendo il gioco di Anorak  contro  una multinazionale,IOI, motivata dall’unico intento di impossessarsi del tesoro  in palio. Wade vince perché ha capito  quanto fosse necessario dedicare la propria vita alla realtà, prendendo le distanze da quella che definisce  “gente che ha dimenticato di lottare per cambiare le cose per salvare il mondo che abbiamo” .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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