Self-portrait. Images of ‘Self’ between Past and Present.

Pubblicato in Logoi.ph – Journal of Philosophy – N. III, 8, 2017

Pubblichiamo questo articolo in vista del caffè filosofico di lunedì 14 maggio 2018, conclusivo del ciclo organizzasto dalla SFI – Bari in collaborazione con Prinz Zaum

a cura di Mario De Pasquale

L’interessantissimo numero della rivista on line “Logoi.Ph- Journal of Philosophy – N. III, 8, 2017, ormai di respiro internazionale, diretta dalla prof.ssa A. Caputo, docente di filosofia dell’Università di Bari, è dedicato all’autoritratto (Self-portrait. Images of ‘Self’ between Past and Present) e offre molti spunti per una riflessione sulle forme attuali dell’autoritratto di massa, il selfie. La tendenza all’autoritratto è connaturata all’uomo, non solo all’artista, perché risponde ad un desiderio di cercarsi, di riconoscersi, di comunicarsi, di lasciare una traccia di sé e del senso del proprio passaggio nell’esistenza, anche per alcuni attimi (I.Nidasio, p.12).

Le strumentazioni tecnologiche di cui la maggior parte della popolazione mondiale dispone oggi sono tali da permettere ad un numero sempre maggiore di persone di (auto)ritrarsi, di farsi un selfie. Nascono così nuovi interrogativi che riguardano la relazione tra l’individuo reale, vivente e la sua immagine riprodotta (Nidasio p. 7) Il ritratto è anch’esso un racconto, un particolare testo da interpretare, con cui si cerca di afferrare una presenza dell’assenza, valorizzando ciò che scaturisce non solo dalla propria interiorità, ma anche dallo sguardo e dalla parola degli altri. Esso promuove un ampliamento dei confini del sé, è come “un ponte tra la persona ritratta e chi poi lo guarderà e lo capirà”, si muove tra realtà e immaginario nella percezione di sé, tra sé e gli altri. L’autore vuole negoziare con gli altri il punto di vista su di sé e sul mondo davanti ad un pubblico potenzialmente infinito, in un’ottica di autopromozione sociale.

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Siamo davanti ad un processo ermeneutico di creazione d’opera e di interpretazione. L’autore intende condividere il selfie, attraverso i social media, con un pubblico sempre più vasto al fine di propagandare un’immagine di Sé. Nel selfie spesso si cercano le tessere importanti del puzzle che ciascuno di noi è, ritraendo non solo il volto ma anche il corpo, collocato in un contesto (valorizzando una tendenza, già affermatasi nell’arte del ‘900 con alcune pittrici donne, come C. Cahun e F. Kalo), Perché vi è oggi tanta ansia, quasi ossessiva, nel praticare il selfie con insistente continuità? Nel selfie, spesso ripetuto, si mette in atto un aggiornamento del mondo attraverso le immagini della propria vita, vi è un’attestazione di un costante ‘io c’ero’. L’individuo si misura continuamente con la caducità, con la possibilità della sparizione, di essere dimenticato.

Nell’esposizione ciascuno mette in gioco il senso della dimensione finita dell’esistenza” (M. Clemente), intende lasciare tracce di sé, per dirla con Derrida, sogna l’immortalità procreando nel bello, per dirla con Platone. Il selfie è una nuova forma di pratica rituale con cui ci si riscatta dalla paura di non esserci più, per dirla con De Martino. Che cosa si comunica con il selfie? L’identità ritratta esprime un’essenza del sé, che si coglie con un’esperienza extra metodica di verità, quale quella che si fa con l’opera d’arte, come pensava Gadamer? (I.Nidasio) Vi possono essere dubbi sull’esistenza di un’essenza permanente dell’identità individuale (Hume diceva che l’io più che un monarca è una repubblica e si sa che l’identità è mobile e cangiante).

Tuttavia, il selfie è un’immagine naturale o artificiale, autentica o falsa dell’identità? Nel successo planetario della pratica del selfie, c’entra per caso Narciso? L’accettazione autentica di sé manca ai narcisisti, che si sono dissociati dal proprio corpo e dai veri sentimenti, investendo così la libido nell’immagine dell’io (A.Lowen). Narciso, secondo McLuhan, non si innamora tanto di se stesso quanto, piuttosto, della propria immagine, della quale quasi non riconosce il riflesso come proprio. Chi fa il selfie rischia, allora, di investire maggiori energie nel presentare al mondo un falso Sé, una sua immagine superficiale»? (I.Nidasio, p. 10) Se la negoziazione sul testo su di sé avviene tra molti soggetti sui social, si cerca un riconoscimento come essere vivente, secondo un’immagine accettabile dagli altri, per cui si è tentati di modificare le parole, le immagini e i gesti allo scopo di renderli conformi alle aspettative del pubblico virtuale (esiste un lavoro di editing sulle proprie immagini ormai accessibile a tutti grazie a semplici applicazioni scaricabili sullo smartphone )? Vi è il rischio che l’immaginario da cui attingere nuove forme identitarie non sia un prodotto di una personale fantasia, ma di modelli o «eroi terreni massificati dall’iconografia dei mezzi di comunicazione», ovvero di traduzioni visive dei nostri desideri, che si conformano ai voleri di figure dominanti? (…) La lusinga dei likes ricevuti può distrarci sino al punto di depotenziare il nostro ruolo di spettatori attivi della realtà a favore di un passivo voyerismo”? (I.Nidasio p.17). Infatti «Narciso non è solo un adolescente che si specchia, ma è anche un adolescente che volta le spalle al mondo (M.Clemente,p.10). J.L.Nancy propone interpretazioni antropologico-filosofiche più radicali del selfie. La mimesis di sé rivelerebbe la ricerca dell’enigma del sacro nell’umano, dopo il ritiro degli dei dalle città. Nell’autoritratto si esercita un’elaborazione del lutto e si rivela una melanconica nostalgia del sacro, evidenziando un profonda mancanza di una serie di assenze, di modelli, di punti di riferimento che possano orientare l’esistenza (J.Clair).

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Torniamo alla realtà: in fondo farsi un selfie può essere bello e costituire un accattivante esperienza narrativa e sociale, a patto di cercare, ogni tanto, di comprendere cosa stia tentando di dire l’autore del selfie, di dare vita a un’aperta negoziazione interpretativa basata sulla tensione all’autenticità, sul leggero esercizio di senso critico, sul dialogo, piuttosto che sul consenso superficiale all’immagine.

Affinché quest’opera di educazione ai media sia efficace occorre, a nostro parere, tornare ad interrogarsi sul significato profondo di ogni nostra produzione e fruizione di testi: del resto anche l’immagine (dipinta, fotografica, rappresentata attraverso i più disparati strumenti artistici) è, a suo modo, un testo e come tale deve essere interpretato e compreso. È auspicabile che chi si serve dei nuovi media per comunicare (e il selfie è indubbiamente uno di essi) riesca a percepirsi come fruitore e creatore di testi mediatici e possa, pertanto, comprendere i più ampi fattori sociali ed economici che sono in gioco.

 

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