UTOPIA E PROGETTO: NAVIGAZIONI A VISTA

CAFFE’ FILOSOFICO – CONVERSANO 18 MARZO 2018
(LaBottega, laboratorio urbano)

Com’è possibile sentirsi appagati dalla realtà presente, sconvolta da così tante imperfezioni e difetti?  Com’è possibile ignorare i problemi che incombono ancora oggi in tutta la loro atrocità? 

La fame nel mondo, il sottosviluppo di alcuni Paesi, l’iniqua distribuzione delle ricchezze che ha da tempo spaccato in due parti distinte la Terra, lo sfruttamento, le guerre e mille altri problemi di cui si sente continuamente parlare e della cui esistenza tutti sappiamo, ma che, non per questo, cessano di sussistere.  Ed è qui che un tempo  si misuravano l’utopia e il progetto, le due categorie che delimitavano con sufficiente esattezza il confine tra quanti rispondevano alle criticità del presente con un modello di società perfetta, in cui a tutti sia dato condurre un’esistenza giusta, felice e pacifica e coloro i quali, invece, si predisponevano ad un lento, ma progressivo cammino verso una società in cui l’infelicità diminuisca e la giustizia si accresca, una società dove la proprietà non venga meno, ma piuttosto riceva una più equa distribuzione. Gli utopisti, da una parte, che si accorgono di come il sistema non sia qualcosa di assoluto, ma piuttosto un ordinamento storicamente determinato, un qualcosa che, pur nella sua datità, potrebbe non esserci: a costoro ogni singola parte della realtà pare contrastante, stridente e da cambiare; ad essa sanno opporre un modello ideale rivoluzionario, capace di ribaltare il tutto in meglio. I riformisti, dall’altra parte, che criticano il reale, rimanendone però fortemente ancorati e puntano al conseguimento  del  massimo livello di razionalità possibile nel controllo della realtà, mediante un progetto mirato, in grado di  costruire un ordine più umano.

D’altra parte, l’etimologia stessa dei termini ne sottende i significati. Utopia rimanda ad un’origine bivalente: deriva dal greco, tanto nella forma di ou – topos, il luogo che non c’è, quanto in quella di eu – topos,  luogo felice; in un certo senso, comunque, i due significati sono compresenti nell’accezione  di un luogo inesistente nella realtà, ma anche un luogo felice, in cui regna la concordia e la pace tra gli uomini. Il termine progetto, dal canto suo, nel significato di “gettare avanti”, richiama la possibilità di delineare le azioni, i tempi, le risorse per migliorare l’esistente, creando valore aggiunto a ciò che si va a modificare.

Bacon

La letteratura filosofica è, a dir poco, ricca di esempi dell’una e dell’altra prospettiva. Di utopia parla per primo Tommaso Moro, ma possiamo risalire a Platone che tratteggia uno stato perfetto, assolutamente ideale, destinato ad essere preso a modello per interi secoli, dai comunisti, dai socialisti e, in qualche modo, perfino dai nazisti. Francis Bacon sviluppa i suoi ideali politici ricorrendo alla fantastica isola su cui ambienta la sua società ideale, è l’Atlantide di Platone, o, meglio, la “Nuova Atlantide”. E l’isola su cui Bacone proietta la sua utopica città scientifica presenta incredibili analogie con quella su cui Shakespeare ambienta la sua commedia “La tempesta”, risalente ai primi anni del Seicento. Di qui alle utopie che sembrano farsi reali attraverso i lumi di una ragione  ritenuta la vera legislatrice della vita umana, ai sogni di un socialismo utopistico contrapposti alle lusinghe, non meno ideali, di una società in cui a ciascuno è dato secondo i suoi bisogni, alle devastanti utopie novecentesche, che non poco hanno contribuito a spegnere le luci sull’utopia e/o a volgerla in distopia. Basti pensare al celebre “1984”, in cui Orwell ricalca gli sviluppi della società staliniana o a “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, centro di un soffocante totalitarismo realizzato attraverso il controllo dell’informazione.
Nell’impatto con la realtà, l’utopia smarrisce i suoi connotati e cessa di essere un “luogo inesistente” e, soprattutto, “felice” e perfetto, capovolgendosi nel suo esatto contrario: un inferno intollerabile.   Karl Mannheim, in “Ideologia e Utopia”, (1929) aveva in qualche modo affrontato la questione osservando che l’ordine istituzionale non rappresenta altro che il cattivo residuo delle rivoluzioni e delle utopie in fase di declino. Così il cammino della storia conduce da una “topia” (o realtà esistente) ad un’utopia e quindi ad una successiva “topia”, ecc”. Ciò porta a intravedere il significato dialettico del rapporto tra utopia e ordine esistente: “ ogni epoca produce quelle idee e quei valori in cui si condensano, per così dire, le tendenze non ancora realizzate e soddisfatte, che rappresentano i bisogni di ciascuna età …. La realtà presente dà origine alle utopie che, a loro volta, ne rompono i confini per lasciarla libera di svilupparsi nella direzione dell’ordine successivo”.

Popper

Sull’altra sponda, quella del riformismo, la critica del pensiero utopico assume i caratteri di un atto di accusa con valenze fortemente politiche. Popper si accorge delle insidie che si annidano nell’ utopia, cogliendo in essa una forma di “società chiusa”, che, in quanto già perfetta, non ha alcun bisogno di “aprirsi” al confronto con altre società. La “società aperta” invece non è perfetta, ma ha coscienza della propria imperfezione ed è perciò stimolata al confronto, per potersi così perfezionare incessantemente. Se Kant aveva già definito un’utopia come un progetto pensato a cui la realtà deve tendere, ma con cui non potrà mai identificarsi, Popper declina l’”idea regolativa” nel programma della “tecnologia sociale a spizzico”,  che prescrive interventi limitati e graduali ed esorta ad avanzare “un passo alla volta ..”.

Nel vasto scenario di un mondo globalizzato, ritornano inesorabili e, per certi versi più aspri che nel passato, i contrasti tra luoghi e situazioni di benessere e di ricchezza e lande desolate in cui si trascina un’umanità sopraffatta dalla mancanza delle condizioni minime di sopravvivenza. Numeri impensabili compaiono quasi ogni giorno nelle slide dei telegiornali per quantificare la dimensione del disastro che coinvolge le vittime civili delle guerre, degli atti di terrorismo, della violenza tout court. Anzi, possiamo dire che anche in quella dimensione privilegiata che spesso indichiamo genericamente con Occidente, si accendono e si accrescono contraddizioni interne che necessariamente spingono molti a reclamare giustizia, uguaglianza, umanità. Ma ha ancora senso parlare di ciò che è Giusto, Vero …  Non ci muoviamo forse nell’epoca del pensiero debole, dove non ci sono più la Verità e la Giustizia, ma tante verità e tante giustizie, che non devono entrare in conflitto, ma, piuttosto, integrarsi e confrontarsi partendo dal presupposto che non ce ne sia nessuna Vera o Giusta in modo assoluto?

Manneheim

Sul piano teorico, la fine delle grandi narrazioni, conseguente al crollo di qualsiasi modello alternativo, ha generato questo scenario globale “liquido”, seppure attraversato da isolati nuclei solidi, in cui difficilmente possiamo ancora avvalerci delle categorie di utopia e progetto così come la tradizione ci ha tramandato. Venendo a fluttuare nell’aria tutti i valori, pare che non abbia più senso guardare all’utopia per sconfiggere il reale. Non esiste più una pluralità di sistemi in conflitto tra loro, ciascuno rivestito di volta in volta di caratteri utopici dagli abitanti degli altri. Con la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento del sistema sovietico, si è giunti al monopolio: un solo sistema, che regna incontrastato, dove non c’è più un “fuori”, ma solo un “dentro”. La coscienza utopica o la spinta riformatrice dovrebbero maturare in seno a quest’unica realtà, il che non è certo facile e lo dimostra la difficoltà di uscire dal conformismo, dalla omologazione, dal consumismo, dalla spettacolarità guidata dalle leggi del mercato. Lo dimostra altresì la confusione che alberga nelle intenzioni dei contestatori che vorrebbero manifestare il loro dissenso verso la globalizzazione e finiscono spesso nelle braccia del populismo. Per non andare oltre e approdare alle ultime sollecitazioni di Byung-Chul Han che descrive la condizione degli uomini che “si muovono disordinati e imprevedibili come insetti” nello“lo sciame digitale”.

Han

Che fare allora dell’utopia e del progetto? Abbandonare queste due storiche categorie interpretative e, di conseguenza, abbandonarsi alla razionalità disincantata delle leggi di mercato che sembra travolgere ogni limite, ad un modello globale di sviluppo economico, retto da leggi e processi sottratti ad ogni considerazione storico-critica?  Prima di assumere una decisione così importante c’è forse anche da considerare quanto ci ha lasciato Zygmunt  Bauman nel suo ultimo libro “Retrotopia” , in cui mette in risalto come oggi viviamo l’epoca dell’utopia del passato. “E’ un’epoca in cui il futuro si presenta sempre più incerto e minaccioso, lasciandoci in balia di un presente in cui – crollati tutti i progetti collettivi – l’idea di progresso si è completamente privatizzata”.  In un contesto del genere, osservano alcuni commentatori,  la caduta l’idea del progresso fa sì che tutte le utopie siano retroattive, dalla moda che guarda indietro alla politica, alle guerre,  tutto sembra riferirsi ad una memoria collettiva e a un futuro distopico. Il futuro è condannato alla sconfitta, un habitat invivibile corrotto e degeneratoSe, volontariamente ci allontaniamo un po’ dalla filosofia, attratti dalla “leggerezza”, ad esempio, della letteratura, troviamo le esilaranti narrazioni di Francesco Piccolo, che  in un piacevole articolo intitolato “I sogni possibili” tenta di reagire alla vita della comunità diventata particolarmente faticosa, apocalittica rifugiandosi in “quello stato mentale in cui si comincia a fantasticare. E si immagina volontariamente una scena o un segmento di vita o una vita intera molto simile a come l’avremmo voluta, o anche impossibile da ottenere. Per allontanarsi dalla vita quotidiana. C’è chi sogna un’altra vita, di realizzare i propri desideri, chi sogna di segnare il gol decisivo per andare ai Mondiali, di avere ali per volare, di vincere al Superenalotto ….. Tutto questo fantasticare ha una caratteristica incomprensibile ma immancabile: lascia dentro, quando si ritorna alla vita dove tutto è finito, una sensazione piacevole, confusa impalpabile ma presente … torni lì dentro, riprendi da dove avevi lasciato. Ma non basta ….  Quindi per essere più concreti, dovremmo provare ad avere sogni più abbordabili, anche quotidiani. In modo che fantasticare non ci trasporti in un altro luogo e in un altro tempo, ma ci spinga a migliorare un po’ l’esistenza che abbiamo. Del resto, non è inusuale. Oltre che immaginare di andare su marte, a volte possiamo immaginare che qualcuno si sia ricordato di comprare il caffè; e chi deve venire all’appuntamento arriva anche in ritardo, ma non si è dimenticato; sogno che domani riesco ad arrivare a sera senza che nessuno citi il gattopardo dicendo in tono enfatico che tutto cambia affinché nulla cambi; se non si fulmina nessuna lampadina e se non si scarica nessuna batteria, almeno domani; se almeno domani incontro qualcuno che abbia capito che essere intelligenti vuol dire avere ancora entusiasmo, e non mostrare con puntiglio di non averne più per niente; se chi mi scrive “ti chiamo più tardi” poi mi chiama per davvero; se non starò troppo vicino a una di quelle persone che pensano che se uno si spruzza il deodorante può fare a meno di lavarsi; se mi capitano tre sorrisi, ma anche due, un solo abbraccio, una piccola promessa, nessun biglietto da visita e nessuno che mi dica “poi vediamo”. Sembra poco, però potrebbe essere costruttivo per la mia giornata di domani. Ed è un compromesso accettabile: tanto su marte non ci andrò, il gol decisivo non lo segnerò e nessun altro oltre me si ricorderà mai di comprare il caffè ….

L’utopia può, forse, venirci in aiuto se si configura non come irrealtà, sogno di un mondo perfetto, ma come apertura costante, continua che fa valere contro una realtà misera l’esigenza di una realtà migliore: “Creare spazio al possibile: contro ogni passiva acquiescenza allo stato presente” per dirla con le parole di E. Cassirer.  Non meno lucidamente, ai giorni nostri, U. Beck ci invita a distinguere, nell’epoca  globale, il fenomeno innegabile della globalizzazione,  che dall’economia si estende alla società nella sua interezza, dai globalismi che riflettono nuove ideologie di diversa provenienza che inevitabilmente aprono alla critica del presente. Il che vuol dire che l’ utopia è “recuperabile” se si direziona verso nuovi scenari possibili tratti da un contatto continuo con la realtà, senza lasciarsi trascinare nuovamente nel sogno di prefigurare il futuro in un mondo felice inesistente.

In senso opposto, il progetto che privilegia la concretezza, le possibilità reali non può rimanere imbalsamato in una realtà prosaica, arida, nelle trame di una ragione calcolante che chiude ogni spazio alla motivazione, all’emozione, all’immaginazione, con cui si intreccia il pensiero nel percorso di ricerca di nuove strade.

Ancorata alla realtà concreta, l’utopia, sciolto da legami ipertrofici con l’esistente, il progetto   potrebbero avvalersi di una filosofia che si fa “visionaria”, come la letteratura, l’arte, il cinema, ma anche come la matematica, l’architettura, l’ingegneria,  dando spazio ai pensieri impossibili , che ora ci sembrano avvolti nella nebbia fitta e densa delle nostre insensibilità, lungo quel cammino senza punti di riferimento che è il nostro “navigare a vista”, nella complessità dell’esistente.

 

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