Filosofia e scienza della malattia

di Floriana Chicco

22 gennaio 2018 presso la libreria Prinz Zaum a Bari, primo appuntamento con il Caffè filosofico con il prof. Giorgio Assennato, docente di Epidemiologia dell’Università degli Studi “Aldo Moro”di Bari.

Nell’unione dei compiti di scienza e filosofia risiede la

condizione essenziale che rende oggi possibile, non la ricerca,

ma la preservazione dell’idea di medico.

La pratica del medico è concreta filosofia.

Jaspers

Se è vero che la morte è una presenza costante nella vita e che l’esistenza umana, segnata dalla finitezza e dalla limitazione, paradossalmente non potrebbe che essere un periodo limitato che dalla nascita ci prospetta verso la morte, è vero anche che la paura della morte ha un versante irrazionale: finché sei vivo, la morte non è nulla per te. E una volta che sei morto, non sei più lì per sentire qualcosa, inclusa la paura. Ciò di cui abbiamo davvero paura non è la morte, perché la morte è uno stato di non esistenza, ma l’atto del morire, il decadimento e il dolore della malattia. La malattia è sempre un’intrusione violenta, perché sfida l’impenetrabilità del corpo. Con l’arrivo della malattia l’io si allontana continuamente da se stesso ad una distanza infinita, tanto da sprofondare in una condizione di estraneità: l’estraneo o viene assimilato, congiunto, metabolizzato, oppure intacca l’integrità del corpo, ferendolo e lacerandolo. La malattia mette a nudo il nostro essere stranieri a noi stessi. La malattia come avventura metafisica, è l’introduzione di un estraneo al pensiero e al corpo, è la rivelazione di una infinita esposizione, una nuda estensione, una esteriorità vulnerabile.

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Giorgio Assennato (a sinistra) e Mario De Pasquale durante il Caffè Filosofico a Prinz Zaum

Dall’avventura si esce sperduti. Non ci si riconosce più: ma “riconoscere” non ha più senso. Si diventa, rapidamente, solo un ondeggiamento, una sospensione di estraneità fra stati non ben identificati. Riferirsi a se stessi è diventato un problema, una difficoltà, una opacità: lo si fa mediante il dolore o la paura, e non è più niente di immediato. [1]

Havi Carel, filosofa della medicina e docente all’università di Bristol, nel 2006, dopo un mese dall’aver pubblicato Life and Death in Freud and Heidegger, le viene diagnosticata, con una coincidenza quasi fatale, una malattia rara dalla prognosi infausta che la induce a scrivere Phenomenology of Illness, dove, a partire dalla sua esperienza personale, esplora la malattia da varie prospettive, fornendone un resoconto completo. L’esperienza della malattia, parte universale e sostanziale dell’esistenza umana, come la morte e la vita, solleva importanti questioni filosofiche. Ma a differenza di queste ultime, la malattia ha ricevuto poca attenzione filosofica. Ciò può essere dovuto al fatto che la malattia è spesso intesa come un processo fisiologico che rientra esclusivamente nel campo della scienza medica. Nella lingua inglese ci sono tre parole traducibili in quella italiana con malattia, ma aventi un significato e un approccio concettuale completamente diverso: disease, la malattia organica, la definizione anatomo-patologica della malattia, illness, che indica il vissuto, i sintomi e i segni della malattia, e le conseguenze che ha sul comportamento e sul benessere umano e fitness, che indica l’aspetto sociale e anche riabilitativo/assicurativo della malattia. Esiste di conseguenza un approccio naturalistico, oggettivamente valido e riconosciuto, che domina la medicina ufficiale proponendo diagnosi e cure con rimedi terapeutici. Un approccio normativistico, garante di risarcimenti e compensazioni, che fa leva su una concezione sociale della malattia, e domina il campo sociologico e giuridico. Infine, ne esiste un terzo, ed è quello che propone Carel, l’approccio fenomenologico, che senza negare il primo, ma contrastando il secondo, ha un duplice e simmetrico obiettivo, cioè comprendere e valutare filosoficamente la malattia e utilizzare la filosofia nella terapia della malattia. La fenomenologia della malattia sviluppa una struttura fenomenologica per la malattia e una comprensione sistematica della malattia come strumento filosofico.

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Un momento del dibattito durante il Caffè Filosofico

Il “kit di supporto fenomenologico” si snoda in tre passaggi fondamentali: contro una tradizione filosofica che sul significato della corporeità si è mossa nel solco del dualismo cartesiano, erede di una concezione platonizzante, auspica una sospensione e un distacco dal corpo biologico (Korper) e dalla malattia biologica e una messa in primo piano del corpo vissuto (Leib) e di una esperienza incarnata della malattia, che coglie l’unità e la complessità della persona, e soprattutto il legame inscindibile tra la coscienza umana e il corpo, perché non esiste una soggettività pura che si serve del corpo come mero dato biologico, corpo tra i corpi, oggetto, cosa. Poi c’è la tematizzazione della malattia, pluriversale e pluriprospettica, a seconda dei soggetti che interagiscono con essa (medico, paziente, familiari). Infine l’analisi del cambiamento della dimensione spazio-temporale del paziente e della possibilità di conversione di questa alterata percezione spazio-tempo a suo vantaggio, riscattandosi rispetto al tentativo di implicita marginalizzazione e ghettizzazione che una malattia (soprattutto cronica) induce nel soggetto. Spesso il soggetto è vittima di una ingiustizia testimoniale, per cui come paziente ha minore credibilità di fronte al contesto istituzionale e al personale medico-sanitario e di una ingiustizia ermeneutica, per cui il soggetto si convince di essere malato. E trasforma la malattia in un drammatico fatto interiore, vissuto come una colpa, come vergogna, un evento di cui non si deve parlare e verso cui si ha sempre un atteggiamento difensivo, di chiusura in se stessi e di negazione della malattia. Un ulteriore malattia, che aggrava la malattia stessa.

Ma esiste una continuità tra salute e malattia? Si può essere in salute nella malattia? Si può essere felici nella malattia? Una vita limitata ha ancora senso? Carel estremizza tre situazioni alternative: è preferibile vivere cento anni malamente, venticinque di felicità totale o cinquanta metà e metà? La Carel non ha dubbi, preferisce i venticinque anni. L’aspetto qualitativo della vita ha maggiore valore o priorità di quello quantitativo. In condizioni estreme l’unica scommessa è l’eternalizzazione del presente, vivere in pieno la contingenza presente, rinunciando ai bilanci dolorosi sul passato e alle proiezioni angoscianti sul futuro. A proposito del carpe diem oraziano, scrive “Una volta ogni cosa, solo una volta, una volta e poi più, ma anche solo una volta essere stati di questa terra, sembra irrevocabile”, una chiusura a luci ed ombre, dato che la condizione esistenziale non le garantisce una progettualità esistenziale di lunga durata. L’approccio fenomenologico alla malattia è dunque soprattutto un approccio soggettivistico, relazionale, empatico, di interazione e comunicazione, una estrema valorizzazione del Leib.

Phenomenology

La salute non è solo un bisogno individuale: come valore che ha un importante dimensione sociale e politica. Un luogo in cui si misura il potere delle istituzioni e di tutti i corpi sociali, un importante indicatore del funzionamento e della qualità della democrazia.[2] Il concetto di health-field, campo sanitario, ha consentito di riconoscere una carattere di integralità e multifattorialità nella promozione della salute, di tipo olistico, cioè comprendente sia la dimensione biomedica (biologia, assistenza sanitaria, cure) che quella socio-culturale (ambiente, stile di vita) e relazionale (care). La realtà da comprendere è dunque un “intero”, il risultato di un intreccio di relazioni: la malattia non è solo un insieme di sintomi (combinazione di una causa esterna con una interna) ma anche di significati, simbolici, culturali e sociali. Il binomio salute-malattia è allora una relazione sociale di valore: la salute presuppone una relazione adeguata del soggetto con l’ambiente, la malattia è l’alterazione di questo equilibrio, per cui il malato diventa un agente –in relazione – con, costituendo con il medico e i familiari una “comunità discorsiva”.[3]

[1] Jean-Luc Nancy, L’intruso, 2008, Napoli, Cronopio.

[2] Cfr. Carlo Flamigni, Marina Mengarelli, Nelle mani del dottore? Il racconto e il possibile futuro di una relazione difficile, 2014, Milano, FrancoAngeli.

[3] Maria Teresa Russo, Corpo, salute, cura. Linee di antropologia biomedica, 2004, Rubbettino.

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