Gaetano Salvemini tra responsabilità politica e onestà intellettuale

Di Anna Capriati

“La democrazia non basta sia desiderabile: deve essere anche possibile.”

Norberto Bobbio, Quale socialismo?

 Sono passati 60 anni dalla morte dello storico antifascista Gaetano Salvemini e di fronte al profluvio dei suoi scritti, cui si accinge ogni studioso che voglia ricercare i problemi dello stato socialista o dello stato in generale dal punto di vista socialista, è interessante poter considerare uno degli aspetti più controversi e attuali: il nesso tra principio democratico e metodo empirico in una prospettiva etico-politica. Non sarà un caso riportare alla luce alcune tesi estrapolate in diversi ambiti, in funzione ai seminari che si terranno in questi giorni a Bari presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” in collaborazione con la “Fondazione di Vagno” sull’Eredità di Gaetano Salvemini.

SALV 1

Definito il “Socrate di Molfetta” o “maestro del concretismo”, gli scritti di Salvemini suscitano interessi durevoli, dissonanti e molteplici, sia per i dibattiti sulle questioni di politica interna – dalla polemica con Croce sul che cosa intendiamo per “liberale italiano” all’origine del prefascismo e fascismo dopo l’Unità – sia per le sue riflessioni sul concetto di democrazia controverse ad alcune teorie socialiste del suo tempo.

Egli era consapevole dei processi di cambiamento negli anni che vanno dal 1861 al 1953 in Italia  e, da storico antifascista cosmopolita, nella sua opera più importante Movimento Socialista e questione meridionale ha costruito un’idea di “politica culturale” come portatrice di moralità e azione. Una delle argomentazioni centrali dell’autore è l’impossibilità di una rivoluzione radicale all’interno della dialettica nobili/contadini meridionali. Al di là degli scontri ideologici tra riformisti e conservatori, ciò che denunciava in primis Salvemini era la corruzione e la malavita all’interno delle organizzazioni politiche. Tuttavia, più che una critica, egli si preoccupò di spiegare, con ragioni diverse, i motivi dei ritardi (nel Governo e nei partiti socialisti e dei lavoratori) sui possibili miglioramenti delle condizioni del Mezzogiorno. Il Paese soffriva di  tre malattie che , secondo lo storico, si sovrapponevano e separavano tra loro ossia: la malattia dello Stato accentratore, l’oppressione economica in cui l’Italia meridionale dipende dall’Italia settentrionale e, infine, la struttura semifeudale. Ora, il potere incontrastato dei latifondisti meridionali, impediva la formazione di una borghesia industriale come quella presente nel Nord, e che sola avrebbe permesso lo sviluppo e la democratizzazione del meridione. Lo storico pugliese, inoltre, faceva notare come il potere delle prime due classi fosse forte al punto da influenzare e manipolare la vita politica e sociale del Sud. Questa analisi, ovviamente, è salveminiana, cioè polemica e dura; ma utile poiché lascia intendere al lettore quanto egli realmente conoscesse la situazione meridionale.

Dove gli operai industriali mancano ed i contadini sono impermeabili alla propaganda nostra, ivi l’idea socialista o non penetra o, se penetra si corrompe.[2]

Delle cure alternative sono fattibili se si ha la disciplina necessaria per sostenere un partito riformista. Scrive in un passo celebre dagli Scritti sulla questione meridionale:

Il marxismo è una droga meravigliosa: prima sveglia gli animi dormienti e poi li rimbecillisce nella ripetizione di formule che spiegano tutto e non dicono nulla.[3]

La battaglia intellettuale di Salvemini e il suo allontanamento dal partito fu una scelta transitoria e singolare, vale a dire non investì i suoi studi sul “marciume” incoerente degli ideali della rivoluzione.  L’aspirazione al modello federale (come in Cattaneo) non voleva significare un rifiuto totale per l’egemonia socialista, per la giustizia sociale o  per il principio di uguaglianza, anzi è simile a Gramsci quando ripensa ad un socialismo gradualista, autonomo e culturale.

Numericamente la classe dei contadini meridionali era in maggioranza e nessun nobile o rappresentante politico era riuscito ad “educare” tale soggetto collettivo. Il  socialismo non era più in grado di promuovere una formazione necessaria contro lo sfrenato potere dei latifondisti a causa della mancanza di idee chiare e distinte. Il “punto d’appoggio” del movimento riformista – secondo Salvemini – è il proletariato rurale, se orientato all’educazione politica.

Un sole dell’avvenire proiettato all’interno ed espropriato dell’utopia comunista di lotta di classe. Da questo versante Norberto Bobbio –  discutendo al Convegno fiorentino del 1975 su Gaetano Salvemini a cura di Ernesto Sestan – rimandava ad un articolo originale che Salvemini pubblicò nel luglio del 1934 intitolato “Il mito dell’uomo-Dio” in polemica con il filosofo Benedetto Croce. Il materialismo storico salveminiano “a posteriori” si apre alle scienze sociali e attraverso l’ autocritica si oppone alla storia speculativa di un “pensée unique” (per usare la memorabile espressione di Pierre Bourdieu). Il pensiero unico confluisce nella monarchia e la sua estensione negativa comporta al dispotismo.

Il dispotismo è assai più facile da concepire e da praticare della libertà. E’ più facile schiacciare il cranio di un avversario che persuaderlo[4].

Il dispotismo è antitetico alla democrazia; considerazioni che riprenderà in una raccolta di lezioni, conferenze e contributi circoscritti nel periodo dal 1934 al 1940 – durante l’esilio americano – dal nome Democracy and Dictatorship, tradotta in italiano nel 2007 e che mette in luce il suo antitotalitarismo e l’antitesi democrazia-dispotismo contro le utopie della “sovranità popolare”, e contro ogni concezione etica organicistica delle istituzioni “democratiche”. All’architettura così composta c’è l’invito comunque al preservare la libertà di espressione, di associazione e di elezione a suffragio universale. Si può concludere che immergersi nelle opere di Gaetano Salvemini è un continuo mettersi in gioco, al fine di svelare a se stessi e al mondo il senso dell’ “intellettuale onesto” che non solo è possibile, ma anche necessario:

Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di essere e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la proibità è un dovere[5].

Nell’attuale frangente storico “postmoderno”, segnato dal capitalismo globale, dalla crisi della politica democratica e dello stesso welfare europeo, il confronto con intellettuali di questo spessore è certamente indicativo. Se non altro, ci rappresenta l’importanza del pensiero critico, di una cultura civilmente impegnata e responsabile.

 

[1] Riferimento al capitolo Perché democrazia? pag. 126, Einaudi editore, Torino, 1976.

[2] G. Salvemini, Il partito socialista di Imola, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 32.

[3] G. Salvemini, Movimento socialista e questione meridionale, pag. 669, a cura di G. Arfé, Feltrinelli editore, Milano.

[4] G. Salvemini, Il mito dell’uomo-Dio in “Giustizia e Libertà”, luglio 1934, in Opere, VI, riportato in Dizionario delle idee, a cura di S. Bucchi, “L’Unità” – Editori Riuniti, 2007.

[5] G. Salvemini, Prefazione a Mussolini diplomatico, Laterza, Bari, 1952.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...