Serge Latouche, per un’estetica della decrescita

di Floriana Chicco

Serge Latouche ospite alla XVI edizione dei “Dialoghi di Trani”.

                                     “L’arte non insegna nulla tranne il senso della vita” (Henry Miller)

Perché si parla della bellezza? Probabilmente c’è un sentimento forte di una perdita della bellezza, perché nella tradizione illuministica la parola bellezza è stata concepita come una promessa di felicità, ma la modernità ha tradito questa promessa. C’è anche una forte ambiguità nel modo di invocare la bellezza, quando oggi si riprende la famosa battuta di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”, c’è una forte nostalgia per qualcosa di perduto e un sentimento di speranza che la bellezza possa salvarci. Allora di che cosa si tratta quando si parla di bellezza? Cos’è il bello? È ciò che è tecnicamente perfetto? È ciò che piace a tutti o solo agli esperti? È ciò che deve piacere? È qualcosa che non è riconducibile a conoscenza? Il bello ci rimanda inevitabilmente all’estetica e all’arte.

Dal neolitico gli uomini producono varie opere, utensili, edifici, templi ecc. e fanno della poesia, della scultura, della pittura, della musica, e queste opere incorporano attraverso e insieme alla loro funzionalità, la sensibilità di coloro che le producono. Hanno una ispirazione. Ci trasmettono emozioni, ci parlano. Sono “animazioni interne”, “un irraggiarsi del visibile”[1] scrive Merleau-Ponty: l’arte è in presa diretta con il reale, se ci tocca è perché è vicina alla carne del mondo, che a sua volta ci rinvia a noi stessi. Non a caso si parla di fenomenologia dell’esperienza estetica, risalendo al primo significato di aisthesis come sensazione, sensibilità. Tuttavia l’occidente è l’unica cultura che ha operato un processo di separazione della bellezza dall’utilità, dell’arte dall’artigianato, che rischia di cadere nell’artificiale, facendo emergere così la figura dell’artista che, senza ispirazione, fa un lavoro meccanico, ripetitivo, non dà autenticamente se stesso e ricerca in maniera demenziale l’originalità a tutti i costi producendo solo risultati negativi. S. L.: “Tuttavia l’artista deve poter vendere le sue opere, ma questo dipende dal suo lavoro e non dal suo genio; il valore estetico è sproporzionato rispetto a quello economico che si può dire reale, obiettivo, costo della materia prima, remunerazione della manodopera qualificata. L’arte è senza prezzo, ma l’artista deve vivere lo stesso; con il trionfo del mercato, nelle aste l’arte è favorevole a tutte le speculazioni perché non ha un prezzo in se stessa, è stata catturata dalla speculazione. Il capitalista vuole comprare la bellezza perché pensa di salvare il mondo dalla distruzione che egli stesso ha provocato: il simulacro della bellezza viene mantenuto solo da ciò che Baudrillard ha chiamato “il complotto dell’arte”, ma il mondo rischia di non essere salvato.”

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“Di nuovo. Si tratta di trovare il senso del limite.” Serge Latouche

Sulla scia del pensiero di Karl Polanyi e Ivan Illich, Serge Latouche ha elaborato un’analisi critica dell’economia occidentale articolando una prospettiva economica alternativa che, proprio per l’inversione di tendenza che propone, è nominata “decrescita”. Un’alternativa non solo economica, ma soprattutto esistenziale che propone un cambiamento radicale nella mentalità, nella cultura e nelle relazioni umane. S. L.: “La società della crescita si è fatta fagocitare da una economia di crescita, che ha per fine solo la crescita per soddisfare i bisogni della crescita. L’economia di questa società si basa su una illimitatezza del produrre che prevede la distruzione delle risorse naturali rinnovabili e non; se si consuma all’infinito si deve anche produrre all’infinito, il problema è che la natura ci ha dotato di risorse limitate, allora si inventano bisogni sempre più artificiali (come quello del cellulare). Il risultato è la illimitatezza dell’inquinamento dei rifiuti, dell’aria, dell’acqua, e del suolo. Questa economia ha trasferito l’illimitatezza anche in campo etico ed estetico. Il capitalismo e le sue logiche, industriali, economiche, tecnicistiche e mercantili, distruggono la bellezza del mondo naturale e culturale, la società della crescita distrugge al medesimo tempo la bellezza come realtà e il gusto come sensibilità. Distrugge anche l’artigianato fondato sulla tradizione della bella opera, sulla produzione di oggetti utili ma anche belli: l’arte deve ritornare alle sorgenti originarie, cioè all’artigianato, alla sinergia mente-mano come scrive Richard Sennet ne “L’uomo artigiano”. La tecnica distrugge l’arte o perlomeno la rende inutile.” In accordo con Benjamin, nell’era della riproducibilità tecnica e meccanicistica e della pubblicità che si impossessa dell’estetica, è sparita l’opera d’arte. Con la riproduzione cosa si guadagna? E cosa si perde irreversibilmente? “Essa pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi. Ciò che viene meno è l’aura dell’opera d’arte.”[2]; ovvero il suo valore di unicità, ritualità, autenticità, storicità. Una perdita che condanna l’arte ad una certa ripetitività. S. L. “L’ossimoro dell’industria culturale è la finanziarizzazione dell’arte che nell’era della globalizzazione ha imposto su scala internazionale una sorta di pensiero unico, una estetica prevalentemente anglo-americana che lascia poco spazio alla ricerca sulle immagini che non siano fantasticheria, vuota figurazione o arido concettualismo, e l’estetica dominante è imposta da una manciata di collezionisti, maniati della moda, galleristi, ex pubblicitari. Il giornalismo inventa ogni trimestre un nuovo genio e una nuova rivoluzione, ma sono solo espedienti commerciali per far funzionare l’industriale, distruzione del gusto da parte della società della crescita, le basi del senso del gusto, quella facoltà peculiare di giudicare e apprezzare il bello. Si assiste anche ad una perdita del senso della poesia: una dimensione della vita essenziale. Questa società non crea le condizioni favorevoli all’abitare il mondo ad un poeta, che non si imparano alle business school. L’atrofia del senso poetico è una porta chiusa a tutte le muse, in particolare a quelle delle belle arti, pittura, scultura, musica, danza e allora il vuoto dell’anima è disponibile per il chiasso pubblicitario degli industriali della cultura e la sensibilità delle masse è formattata secondo i bisogni del mercato. Ritroviamo qui la famosa analisi di Max Weber del “disincanto” del mondo, la condizione della crescita ha sacralizzato la desacralizzazione. L’artista si oppone proprio alla banalizzazione mercantile, perché ha un ruolo insostituibile nella costruzione della società della decrescita. La sacralizzazione della desacralizzazione porta alla idolatria, ciò spiega la concorrenza al cattivo gusto e la “nullità” dell’arte contemporanea secondo Baudrillard, una saturazione estetica, “l’ascesa della insignificanza”.

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“L’economia dev’essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo” Serge Latouche

A partire dal XIX secolo Baudrillard sostiene che l’arte si vuole inutile, si gioca alla inutilità dell’arte, per estensione di questo principio si può portare qualsiasi oggetto alla inutilità per farne un’opera d’arte, si disinveste un oggetto della sua funzione per trasformarlo in un oggetto di museo, in preda all’estetica divorante della banalità. L’idea dell’arte si fa rara e minimale, mediocrità elevata a potenza, fino all’arte concettuale che finisce con la non mostra di non opere dentro delle non gallerie, apoteosi dell’arte come non evento, lo spettatore circola dentro tutto questo per sperimentare il suo non godimento. L’arte non è più in grado di sedurre, ma di esercitare la sua fascinazione attraverso la sua sparizione. Il meccanismo di ciò è abbastanza semplice: non vuole significare più niente e, allo stesso tempo, si sforza di voler significare ciò che non ha senso. Eccesso di senso e di significazione in un mondo senza senso né significato. Paradossalmente, l’arte sparisce proprio per eccesso di estetizzazione, proprio in quanto presente ovunque nella realtà. Siamo al “grado Xeros della cultura”.[3] C’è una forma di resilienza dell’estetica da parte di alcuni artisti che hanno la capacità di mantenere l’esistenza di un mondo interiore fuori dalle correnti della moda e dei giochi del mercato, più o meno fagocitati dal mercato dell’arte, ma che non sono stati creati da esso. Un movimento di controcultura, che può mantenere una tradizione di resilienza della bellezza. S. L.: “La resilienza concerne la persistenza di una sfera artistica nutrita da una pletora di artisti e un pubblico colto, dal fatto della sopravvivenza di un sistema educativo classico, prima del recente trionfo delle business school, l’educazione fondata sulla tradizione umanista, latino, greco, filosofia, storia, letteratura, era fondamentale per la formazione del gusto.”

La decrescita economica, politica e sociale richiede necessariamente anche una estetica della decrescita, senza il marchio della sua riduzione ad una unità di misura utilitaristica, che ci permette di capire i paradossi della situazione di crisi dell’arte contemporanea e di dare i lineamenti del senso dell’arte in una società della crescita. S. L.: “La realizzazione di una società della decrescita passa necessariamente per un re-incanto del mondo, si tratta di attuare una vera e propria conversione di massa, una decolonizzazione dell’immaginario, per arrivare allo scopo si deve quasi inventare una nuova religione, o qualcosa che prende il suo posto, ma per noi non si tratta di creare una religione della decrescita, ma ricreare l’incantamento, il senso del sacro, questa è l’utopia concreta della decrescita, utopia non mito, conversione delle masse senza idolatria. Ritrovare la capacità di meravigliarsi, distrutta con la banalizzazione della mercificazione e della produzione di massa. Se il sacro è il simulacro istituito dall’abisso allora i poeti, i pittori, gli esteti dovrebbero essere sufficienti a creare il re-incanto del mondo. La scommessa della decrescita: noi siamo diventati atei della crescita, agnostici del progresso, scettici della religione e dell’economia per convertirci in adoratori della dea natura. Bisogna aggiungere ingredienti di natura spirituale alle sottigliezze filosofiche e scientifiche attraverso la poesia, l’estetica: questo è il vero ruolo dell’arte vera. La decrescita potrebbe salvare il mondo, ma nel frattempo dovrebbe salvare la bellezza.”

“Solo come fenomeni estetici l’esistenza e il mondo sono eternamente giustificati” scrive Nietzsche nei Frammenti postumi.[4] Alla luce di un ampio pluriprospettivismo, alcune prospettive sul mondo sono più valide di altre, come quella artistica perché l’arte, trasfigurando l’esistenza, è il più potente stimolo alla vita. Contro “coloro che abitano il mondo dietro il mondo”[5], l’arte come “musica dell’oblio”[6] induce a ritirarsi dalla realtà per meglio magnificarla. L’artista è colui che nel creare un mondo proprio, ricrea il mondo continuamente. E lo fa attraverso la “messa in opera della verità”[7]: come fonte inesauribile di senso, l’opera d’arte, ci rivela il vero modo d’essere in cui si dà la realtà, “illumina a un tempo ciò su cui gli uomini e ciò in cui l’uomo fonda il suo abitare.”

[1] Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, 1989, Milano, Se.

[2] Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 2000, Torino, Einaudi.

[3] Jean Baudrillard, La sparizione dell’arte, 2012, Milano, Abscondita.

[4] Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi, 1990, Milano, Adelphi.

[5] Ivi.

[6] Ivi.

[7] Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, 1979, Firenze, La Nuova Italia.

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