sApericena a Bitonto tra identità multiple e l’ethos del ritmo

DI ANNA CAPRIATI

La musica è la vera storia vivente dell’umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non c’è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta semplicemente ascoltare, perché altrimenti si studia invano.

Elias Canetti, La provincia dell’uomo, 1973

 

Manca poco alla terza edizione di “Filosofi in Città”: una costellazione di eventi culturali sui temi dell’inclusione/esclusione che si terrà a Bitonto dal 28 al 30 settembre, a cura di Giusi Strummiello, Ordinaria di Filosofia Teoretica Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Nelle tre giornate, inoltre, in orario antimeridiano si svolgeranno i laboratori didattici urbani con gli studenti delle scuole medie superiori bitontine di II grado, curati da “Rivolte Logiche – Associazione filosofica Bitonto”, organizzatrice dell’evento.

In attesa dell’iniziativa, ripercorriamo un’altra esperienza vissuta in piena estate e che collega gli spazi bitontini alla ricerca universitaria.

Si tratta di “sApericena”, vale a dire un esperimento di sconfinamento e contaminazione – tra culture, luoghi e persone – accompagnato dal buon cibo e dal dibattito pubblico. L’obiettivo è il coinvolgimento comune ai percorsi didattici e di ricerca interdisciplinari, al di là della formazione del singolo, sulla base di una condivisa interrogazione filosofica.Data la varietà dei contenuti e dei luoghi scelti dai ricercatori e ricercatrici, scegliamo due temi affrontati nello stesso ristorante-bar “Il Plancheto” rivolti alla filosofia della musica e alla bioetica. Non a caso, entrambi gli incontri si aprono alla pratica filosofica combinata ad altre scienze tipo il diritto e le pratiche mediche. I rapporti tra filosofia, neuroscienze e medicina si intrecciano nel dibattito della relatrice Lucia Boschetti dal titolo “Chi sei? Chi sono? C’è ancora identità nella demenza?”. In questo ambito la filosofia avrà una funzione disvelatrice, offrendo dei presupposti comuni e costruendo una serie di domande alle scienze. Una filosofia come “terapia dell’anima” cioè di elaborazione del dolore, in assenza di una prospettiva psicologico-clinica e coinvolta nell’agire in un determinato contesto.

 

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Lucia Boschetti durante il dibattito

 

In generale, quattro sono i modelli filosofici impliciti nelle neuroscienze – organismo, animalismo, spirito, mente – divisi in due grandi categorie: “internalismo” e “esternalismo” oppure “corporeità” e “spiritualità”. La filosofa Boschetti è riuscita a coinvolgere il suo pubblico attraverso quesiti e possibili alternative di fronte ad alcuni enigmi, senza definire una risposta assolutamente certa. Un atteggiamento di aperto confronto e consapevolezza critica tra il caso proposto e le probabili risposte, in base alle pregiudiziali di ciascuno/a.

Una domanda cruciale nel discorso della ricercatrice: che cosa intendiamo per autonomia? E’ possibile parlare di autonomia nei pazienti affetti da demenza? Qual è il significato di dignità umana?

Spesso accadde che il demente, in uno stato di oblio (perdita di memoria, confusione presente), viene riconosciuto “socialmente morto” e “biologicamente vivo” dagli altri. Per questo motivo si ha l’esigenza di una figura aggiuntiva che aiuti il paziente ad inserirsi nuovamente nelle relazioni sociali. Si parla in questo caso di “responsabilità assistenziale” inclusiva alla dimensione di cura, che comporta in sé alcune complessità. Il supporto esterno, chiarisce Boschetti, appare immediatamente una scelta efficace e utile al miglioramento della qualità della vita. Tuttavia, è una scelta deliberata del demente o imposto da qualcun altro? In materia di diritto si definisce “persona” qualcuno che ha la capacità di intendere e di volere. Un essere umano colpito da demenza, invece, cosa sceglie? Dimenticando i suoi vissuti, i suoi valori morali, se stesso, viene meno la sua identità? Uno sconfinamento passato-presente potrebbe danneggiare il demente?

L’identità vive solo al plurale – è in transizione – cioè possiede in sé diverse modalità di relazionarsi al mondo non per mezzo di unità di contrari (demente/non demente) ma a partire dalle differenze valoriali, cognitive, logiche e fisiche. Boschetti conclude con un testo del filosofo pragmatista americano James, inerente alla definizione di “flusso di coscienza” e “identità multiple”, lasciandoci in sospeso.

Tante identità come tanti incontri nel mondo, ed è qui che si inserisce il dibattito del professor Raffaele Pellegrino intitolato “Da Platone a John Cage: musica, silenzio, bellezza”. L’incontro è la nostra prima esperienza di vita, l’approccio iniziale verso qualcuno, un tendere la mano su un libro o, semplicemente, mettersi in ascolto di un’opera lirica. Un brano musicale, ad esempio, suscita in noi diverse emozioni e in base all’ascolto decidiamo se la musica è bella o brutta, malinconica o sublime. In che cosa consiste questo giudizio?

“E’ possibile, secondo Platone, parlare di filosofia della musica se si è necessariamente filosofi e musicisti.”

In-contrare Platone è l’obiettivo del relatore Pellegrino che ci lancia una serie di sfide. Platone poco prima di morire, decise di ascoltare musica e si accorse che tra il ritmo (dattilo greco) e l’ intonazione (canto) della melodia non c’era sincronia, vale a dire la melodia non viaggiava sullo stesso piano della voce.

 

 

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In fondo il professor Raffaele Pellegrino e il suo pubblico

L’amore del bello nella Repubblica di Platone ha come metro di giudizio proprio la musica, assieme alla poesia (in senso divenir-canto, logos).

Anche il carattere dell’uomo greco deve possedere unità razionale nel controllo delle proprie passioni. Un carattere ordinato che permette il raggiungimento di una convivenza pacifica verso il Bene ovvero lo Stato unitario. La filosofia è per Platone la musica più grande, sia come giudizio puramente estetico (suscita piacere) e sia come istruzione. Il professor Pellegrino ci indica il compito del filosofo/musicista greco, citando ad esempio “il mito delle cicale”.

Il canto è una guarigione, ricca di incantesimi e il poeta-filosofo-musicista è colui che inventa la musica, ispirato dalle muse. Fare musica è un dono dalla prassi incantevole. 

Interessante è discernere ispirazione/ irruzione secondo il linguaggio tedesco: ispirare cioè partire da zero, ricevere un dono e iniziare a inventare da quell’impulso; l’irruzione è improvvisazione su qualcosa. Il musicista era un astronomo nei pitagorici, Platone riconosce l’equilibrio nell’Universo  ma supera Pitagora, offrendo un passaggio: dalla costellazione del cielo all’atteggiamento dell’umano, l’ethos del ritmo. Un’accuratezza della scelta dei suoni permette una formazione giusta allo spirito: trascrivere l’esistenza di suoni armonici ricostruendo un intero iter educativo al fanciullo/a ateniese per il raggiungimento della felicità.

Infine, perché parlare anche di John Cage?

Dal mondo classico alla contemporaneità vi è un concepire in modo diverso la musica. In “Parole vuote” titolo di un’opera del ’77, John Cage trasforma il pianoforte in “oggetto della musica” e lo emancipa dalla funzione meccanica della musica classica occidentale.

Il piano fisico del pianoforte nella dimensione del silenzio.

 

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Raffaele Pellegrino al centro

 

Il pianoforte diventa un essere multiforme, può toccare nelle viscere che lo spettatore non si aspetta, e alla fine del concerto Cage passa dall’indifferenza/odio del pubblico all’acclamazione.

Secondo il relatore, è presente in questa esecuzione rivoluzionaria una rottura voce/meccanicismo dei suoni del pianoforte, dialettica dell’apparente non-senso, tendenze già viventi nella cultura orientale. Una dialettica degli opposti tra vocale e suoni, senza sintesi: è sospesa, ineffabile, misteriosa. “La musica del Novecento è la musica dell’istante e della bellezza razionale” – conclude Pellegrino – “e il pianoforte preparato è un modo d’interpretare la vita interiore del soggetto, attraverso la tensione di un’attesa di domanda e di una pretesa di risposta.

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