Filosofia, Femminismo.

di Anna Capriati

Il femminismo è la scoperta e l’attuazione della nascita a soggetto delle singole componenti di una specie soggiogata dal mito della realizzazione di sé nell’unione amorosa con la specie al potere.

Carla Lonzi

L’Università è un luogo culturale d’incontro e di studio, in cui è possibile costruire un futuro – per mezzo della ricerca scientifica – e allo stesso tempo formare menti e corpi in grado di mettersi in gioco nel mondo. Tuttavia, esistono diverse conoscenze che richiedono un’integrazione di più esperienze: questo è uno dei tanti obiettivi del Festival delle Donne e dei Saperi di Genere, un panorama culturale attivo da sei anni, in cui più discipline si confrontano sulle possibilità formative di cambiamento all’interno del sistema accademico. Nel segno delle rivoluzioni è il titolo scelto per questa sesta edizione che, dal 20 marzo al 12 aprile, è esplosa nell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, portando con sé un’innovazione che lascia tracce, impronte, partizioni consapevoli. La presenza di un itinerario filosofico incentrato sul rapporto fra saperi e femminismi presenta un mutamento dello spazio, oltre che del pensiero, una trasformazione del dato di realtà, svelandone i paradigmi: la filosofa Francesca R. Recchia Luciani[1]– durante il primo incontro di questo ciclo di seminari – ha parlato di “genealogie dei femminismi”, vale a dire di un insieme di pratiche che si oppongono al potere dominante – del patriarcato in tutte le sue forme d’oppressione – al fine di rivalutare significati alternativi, performando una realtà radicalmente altra. La storia del femminismo ha rappresentato, sulla scena pubblica, «una sovversione delle identità e ha introdotto un sospetto», evolvendosi dalla rivendicazione della parità dei sessi alle differenze – o pluralizzazioni – del loro essere nel mondo. Il criterio dell’uguaglianza non comprende le frammentazioni delle soggettività, perciò solo un’apertura al di là della dicotomia maschile/femminile legata al biologico irrompe e lascia nuove tracce di riconoscimento: queer, transgender, inter- o a-sessuali e altr*. Una stigmatizzazione della parola “femminismo” provoca resistenze non indifferenti nella quotidianità, per questo la presa di coscienza è una delle vie possibili più significative, un “rivelare l’umanità”[2] a partire dall’interiorità, altrimenti si rischia di riprodurre lo scontro tra carnefici e vittime.

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Al centro nella fota Lea Melandri. Foto scattata durante il seminario “Scrittura militanti: l’esperienza di Abbatto”

Seminario di presentazione Femminismo come rivoluzione filosofica, da sin. Julia Ponzio (UniBa), Paolo Ponzio (Direttore del DISUM UniBa), il Magnifico Rettore Antonio Felice Uricchio (UniBa), Loredana Capone (Assessora regionale Industria turistica e culturale, Regione Puglia), Francesca R. Recchia Luciani (UniBa) e Rosa Gallelli (Coordinatrice CISCuG UniBa)

L’intreccio sessualità e corporeità è un altro aspetto interessante da analizzare all’interno dei mutamenti del contemporaneo e il seminario sulla scrittura tenuto dall’autrice del romanzo Padreterno Caterina Serra, lo ha necessariamente sollecitato, proprio perché i corpi sono i luoghi più contaminati e stigmatizzati da stereotipi e preconcetti d’inferiorità biologiche del femminile e qui, soprattutto, si scopre il ruolo della scrittura di genere, intesa come operazione di smascheramento dell’invisibile ed esposizione del proprio sé sessuato, incarnato e complesso. Serra ci riporta a Virginia Woolf, “una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere”, un riferimento non casuale alla necessità di una fuoriuscita delle donne dalla sfera domestica verso la vita sociale e professionale.

Nell’ambito etico e politico abbiamo incontrato la filosofa Olivia Guaraldo, che ha evidenziato l’importanza del ruolo politico delle donne e della loro creatività che mette da parte “le armature e i martelli”. Non si può non citare Hannah Arendt – frase riportata da un articolo a cura della Guaraldo intitolato La potenza universale dell’amore – “Il discorso degli amanti è così vicino alla poesia perché è il discorso puramente umano. […] l’amore è il principio creativo che oltrepassa il semplice fatto di essere vivi” (dal Quaderno XVI, Maggio 1953-giugno 1953).

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Il linguaggio amoroso nella cultura occidentale è rimasto sempre in bilico tra le rappresentazioni simboliche o ideali e i sentimenti privati o reali. Nel primo caso, la rappresentazione amorosa appare per mezzo della coppia delle classiche tradizioni ottocentesche, nel quadro del matrimonio perfetto, celata da un profondo processo di reificazione (il divenir oggetto) del soggetto donna, ridotta a merce di scambio (dal padre al marito) oppure vittima, come nei romanzi russi, dell’autodistruzione esistenziale (suicidio). La sfera privata, legata per lo più al vissuto del rapporto a due, sfocia spesso nell’ambito dell’eccesso e del ciò di cui non si può parlare in pubblico, vale a dire il segreto, il tradimento, l’amante.

Il mito dell’amore materno si scioglie nell’attimo in cui la donna, nell’epoca più piena della sua vita, troverà autenticamente nello scambio naturale con la gioventù il senso di gioia, piacere, divertimento che i tabù dell’organizzazione patriarcale le permettono di trasferire solo nei figli[3].

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Con ciò Lonzi denuncia l’arroganza della gerarchia maschile sui ragazzi e le ragazze vista come punto d’ancoraggio dell’ideologia paternalistica. Se pensiamo ai movimenti studenteschi progressisti del ‘68, essi hanno lottato contro il potere dominante che li isolava come monadi. L’entrata in scena del femminismo è stato una atto creativo-rivoluzionario, l’ingresso di una nuova soggettività politica in divenire che ha compiuto un gesto di presa di coscienza[4] liberatorio. In tutto questo, la riflessione filosofica aveva anticipato tale rivendicazione, desiderando una libertà declinata al plurale. La scoperta che la relazione sociale tocca le vite umane in carne ed ossa, noi esseri corporei uguali e diversi, è una novità per quella filosofia che era rimasta indietro, ancorata alla metafisica dell’essere.

Interessante il discorso del professor Sandro Bellassai intorno alla “mascolinità contemporanea fra modernità e tradizione” incentrato sul concetto di virilità, concepita, in passato come il superlativo naturale del maschio attraverso il potere, la forza e la normatività (al cui opposto vi è impotenza, debolezza, identità minacciata). Con i processi di modernizzazione, tale criterio passa dalla legge naturale ad una questione collettiva, con l’aggiunta del paradigma della famiglia e della medicina sociale, qui Bellassai ricorda un medico che nel 1900 scrisse L’inferiorità mentale della donna e il filosofo italiano Papini che nel 1914 definiva la guerra come “occasione provvidenziale nel cuore dei maschi”.

Anche le proiezioni dei documentari sulla storia del femminismo hanno lasciato segni indelebili di riflessione, presso il Cineporto di Bari e alla Casa delle Donne del Mediterraneo: Femminismo! di Paola Colomba in anteprima regionale per la Puglia, ha suscitato grande interesse. Le interviste messe in scena, rivolte a studiose e a studentesse universitarie – ruotavano intorno alla domanda “Che vuol dire essere femminista oggi?” e secondo l‘interpretazione di una delle esperte intervistate – la nota scrittrice Lea Melandril’esser-donna non viene visto come attributo di una persona ma come specificazione di genere, poiché una visione maschilista di senso comune non appartiene solo agli uomini. Il corpo di donna, dice Lea, oscilla tra l’erotico e la maternità, un aut-aut coercitivo e discriminante se si sceglie una sola possibilità piuttosto che l’altra.

Lo scopo del documentario non si esaurisce solo nella messa a fuoco della funzione delle donne nella società, ma nello ‘scoprire le donne alle donne’, ossia nell’intrecciare relazioni – contro lo stigma sul femminismo – mediante uno sguardo critico verso il mo

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Un fotogramma significativo del documentario “Femminismo” (2016, di Paola Columba)

Lea Melandri sostiene, in uno dei suoi numerosi testi, che la conoscenza deve mettersi all’ascolto della vita[5] affinché si producano cambiamenti radicali attraverso le diverse pratiche costruttive: il dialogo interpersonale e i vissuti di qualsiasi soggettività fuori dagli schemi precostituiti. Una lotta che abbatta questi schemi è anche l’obiettivo condiviso dalla “scrittura militante” di Abbatto I Muri, un blog influente perché raccoglie articoli, saggi e altre iniziative culturali vastissime e di grande respiro. Per queste ragioni il Festival delle Donne e dei Saperi di Genere ha scelto accuratamente una giornata da dedicare al sito femminista, alla presenza della sua ideatrice Eretica e di altr* attivist* femminist* e queer come Ina Macina e Ethan Bonali, incontro moderato da Valeria Stabile. Il raccontar-si in parole è già un dar voce a ciò che Melandri chiama “scritture d’esperienza”, innanzitutto come forma di espressione dei propri vissuti. Il legame esperienza-luogo è il fulcro centrale d’informazione e apertura d’orizzonti di Abbatto i Muri, d’altronde il loro attivismo – conferma Ina Macina[6] – è una ‘tendenza’ a intensificare il lavoro creativo e innovativo in senso etico.

Uno degli incontri più emozionanti di questa sesta edizione del Festival è stato quello che ha visto al centro il libro “Ti Amo, filosofia come dichiarazione d’amore” di Simone Regazzoni. La sua presenza, a Bari il giorno 10 aprile, è stata percepita come uno slancio del pensiero filosofico che guarda con gli occhi dell’amore e trasforma ciò che tocca. Come è concepibile il rapporto amore e filosofia? Il filosofo Ragazzoni, accanto alle relatrici Giovanna Maina (esperta di cinema) e Alessandra Pigliaru (giornalista), ha risposto che pur essendo difficile dare definizioni nette sulla reciprocità tra la filosofia occidentale e l’amore, l’unico modo in cui esso può dirsi è attraverso una dichiarazione esplicita, come quella che nel Simposio platonico Alcibiade fa Socrate.

Per cui, tale relazione amorosa è un intreccio infinito perché l’amore è già apertura ed esperienza dell’impossibile: questa complessità, ha determinato la perdita della scommessa sull’amore da parte della tradizione filosofica da Platone[7] in poi, sino all’attualità, in cui prevalgono le teorie contemporanee sulla morte dell’Eros. Una dichiarazione amorosa è rivolta al ‘tu’ (amo te) ma è anche scoperta di sé di fronte all’imprevedibilità dell’altro. Per il filosofo Regazzoni – in una prospettiva ripresa da Lacan – l’io è disarmato, un soggetto vulnerabile esposto al rischio in amore, ecco il senso del “donare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole”, oppure dell’idea che il mio desiderio sia sempre il desiderio dell’Altro, vale a dire l’Altro che non è oggetto del mio possesso. Perché leggere questo libro? L’autore parlandoci delle sue esperienze e studi sull’amore, nonché del «ritmo delle parole oltre il significato»[8], quindi anche oltre le immagini, i simboli, le canzoni, i gesti affettuosi.

E cosa si desidera conoscere? Diotima, nel Simposio di Platone, risponderebbe a Socrate: «cominciando dalle bellezze di qui, ascendere sempre, come da un gradino all’altro». (210e-211c). Secondo Regazzoni nel suo libro – il “non ancora”, la temporalità dell’amare nel futuro – oppure il ‘ti amo’ “fa quel che dice” nella misura in cui si costituisce come “un atto performativo” sempre in un divenire presente, come scrive Jean-Luc Nancy[9].

Essere se stessi, narrare attraverso la scrittura il proprio sé, dar voce alla propria identità come coraggio di liberare la propria alterità, e in ciò il cogliere la vita[10], come sostiene Simone de Beauvoir, un raccontare che non è ricerca del futile chiacchiericcio, ma è piuttosto un rappresentare che non si pone come paradigmatico, che non offre rimedi, ma che intende solo suscitare domande. Concludiamo con il contributo speciale di Ethan Bonali che possiede questo coraggio di parlar-franco – riportandoci a ciò che è stato (e sarà ancora) il Festival delle Donne e dei Saperi di Genere, ovvero la spazialità dei saperi raccontata con le storie di corpi, libertà di genere, culture rivoluzionarie – nel suo essere attivista queer che nel blog Abbatto i Muri scrive:

Come riuscire a vedere e far vedere il genere oltre le considerazioni sociali (ruoli) e politiche (genere come controllo sociale)? Tutto si gioca sul rapporto interno/esterno, identità/espressione, disforia/euforia. Per immagine interna intendo la consapevolezza della propria identità di genere (uomo, donna, entrambi, nessun genere etc.) che è immediata, intuitiva e indipendente da chi ci osserva e la capacità di “vedersi”, descriversi. L’immagine esterna è ciò che ci rimanda il mondo che ci guarda e con il quale comunichiamo attraverso l’espressione di genere. Ma il mondo non è uno specchio che rimanda la nostra immagine interna tale e quale, né è depositario della verità oggettiva ma solo degli occhi degli altri e dell’elaborazione culturale, la quale cambia nel tempo e nello spazio[11].

[1]Durante il dibattito, la professoressa ha messo in luce anche le varie ri-semantizzazioni del femminismo all’interno della storia contemporanea: i paradigmi del dominio (violenza fisica/simbolica di cancellazione identitaria femminile), il paradigma del genere (non unità ma totalità), il paradigma del desiderio (nella filosofia classica e moderna tale concetto era collocato nella dimensione corporea  in senso negativo o alternativo al logos razionale della dimensione intellettualistica/ideale) e infine le questioni sollevate dai cambiamenti di significato di concetti come relazione e comunità. Una cultura rispettosa delle differenze è il cuore palpitante dei femminismi con la propria ‘specificità’, contro le generalizzazioni e le norme che mettono a tacere la storia delle donne, così afferma una delle relatrici del Festival Natascia Mattucci (UniMC) nel corso del seminario “Violenza di genere come paradigma”, incentrato sulla destrutturazione degli stereotipi, sul linguaggio sessista del giornalismo e – citando il sociologo Pierre Bourdieu – sulla necessità di liberarsi dai domini di potere interni ad un campo stabilito, che gli individui manifestano tramite l’interiorizzazione psicofisica di regole o ordini. In questo senso l’habitus è difficile da trasformare – secondo Bourdieu – ed è per questo che le donne sono state sottomesse all’obbedienza e alla violenza simbolica del dominio maschile, spesso come inconsapevoli complici. Si veda il tema dell’educazione e dei dispositivi simbolici in P. Bourdieu, Il dominio maschile, tr. it. Feltrinelli, Milano 2009.

[2] Un richiamo costante alla pensatrice Carla Lonzi e alla sua opera rivoluzionaria “Sputiamo su Hegel, la donna clitoridea e la donna vaginale”, Rivolta Femminile, Milano, 1978, pp. 8-9

[3]  Ivi, pag. 43

[5] Detto ciò, è stata un’immensa fortuna aver incontrato Lea nelle varie esperienze del Festival delle Donne, questi suoi studi sono reperibili online nel sito dell’Università delle donne, Si può insegnare l’autocoscienza?, 2014

[6] Un’immensa gioia aver ascoltato, l’intervento di Ina, ammirevole tutto il suo lavoro e le indicazioni che ci ha suggerito sui testi di Lea Melandri e altr*. Questa una delle incantevoli frasi che ci ha mostrato in una slide (Lea ha presenziato a questo incontro, un bel momento di condivisione per tutt* :”Gli uomini hanno tracciato confini, e coi confini hanno diviso le donne. Ma se una madre offre un fiore a una figlia, chi può impedire che crescano ovunque gli stessi giardini?”, da Come nasce il sogno d’amore di Lea Melandri.

[7] Il momento in cui Alcibiade dichiara il suo amore a Socrate viene interpretato da Regazzoni così. «la  filosofia trema quando parla di amore». Egli ha fatto riferimento anche a Diotima, che nel Simposio, da non filosofa, quando parla d’amore viene allontanata dal banchetto, tale gesto equivale a ‘lasciar parola all’altra’ sull’amore.

[8] Un suo pensiero durante l’incontro e che in qualche modo colpisce nel profondo: ”l’amore è fatto di pezzi di racconto, perciò l’amore è singolarità, non può essere universale, ma qualcosa di riconoscibile al plurale, una circolazione infinita di differenze”, sperando di aver riportato correttamente la bellezza delle sue parole.

[9] Su questi temi, impossibile non citare un filosofo troppo importante come Jean-Luc Nancy, legato tanto al progetto del Festival delle Donne quanto alla filosofia che parli di amore, esistenza comune, corpi, sesso e ciò che è più aperto alla complessità degli esseri umani. Jean-Luc Nancy (2000), il “c’è” del rapporto sessuale, SE, Milano,, Indizi sul corpo, Ananke, Torino 2009, Corpus (2007) edizione Cronopio e ultimo libro Del sesso (2016) con una splendida post-fazione a cura della professoressa Francesca Romana Recchia Luciani.

[10]  S. De Beauvoir, Quando tutte le donne del mondo, trad. it. Torino, 1982, p.131, ripreso sempre dal libro “Donne in filosofia”, Lacaita Editore.

[11]Dal sito abbattoimuri.wordpress.com, Mascolinità FragileUomo transgender: esaltazione del maschile di Ethan Bonali (https://abbattoimuri.wordpress.com/2016/10/29/mascolinitafragile-uomo-transgender-esaltazione-del-maschile/), che ringrazio per la sua testimonianza al Festival e la sua vita piena di autodeterminazione, spinta verso un futuro aperto alle differenze.

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