Il femminismo come rivoluzione filosofica

di Floriana Chicco

Pubblichiamo un altro articolo dedicato alla VI edizione del Festival delle donne e dei saperi di genere.

Sesta edizione del Festival delle donne e dei saperi di genere nel segno delle rivoluzioni. Femminismo e rivoluzione. “Le donne rappresentano la rivoluzione” scrive Kate Millet ne La politica del sesso[1]: in quale misura possiamo parlare di femminismo come rivoluzione filosofica?

Parliamo di rivoluzione nella misura in cui il femminismo mette in discussione i tradizionali problemi filosofici invitando a ripensare l’oggetto e il campo di indagine della filosofia dal punto di vista femminile. In questo modo si dimostrerebbe come aver escluso alcune esperienze legate alle donne o aver inquadrato certe questioni in modo pregiudiziale per le donne, abbia pregiudicato le teorie filosofiche e prodotto analisi incomplete. Spesso si rimprovera al femminismo di essere sovversivo, dimenticandosi che la sovversione è essenziale per la filosofia. Parliamo di rivoluzione nella misura in cui il femminismo è indirizzato a correggere i pregiudizi maschili in filosofia, a criticare il disprezzo mostrato da alcuni filosofi, a recuperare temi trascurati e tutte le opere delle donne filosofe escluse dalla storiografia, a decostruire e stigmatizzare le tradizionali dicotomie e i valori maschili.

Parliamo di rivoluzione per la duplice dimensione pratico-teoretica dell’approccio del femminismo, un approccio diverso e specifico di costante autocritica e di grande valenza politica che si oppone al pensiero neutro e universalista a favore di un’ottica e di un linguaggio di genere. Parliamo di rivoluzione nelle misura in cui il femminismo può aprire la possibilità di una filosofia sessuata o al femminile, cioè dell’esistenza di un punto di vista femminista per qualsiasi questione filosofica includendone anche delle nuove affinché nella ricerca filosofica il femminile abbia una sua specificità dotata di una dose speciale di realismo, di sensibilità al concreto, di apertura all’altro e di attenzione all’husserliano “mondo della vita”. L’obiettivo principale del primo femminismo è stato quello di ottenere l’uguaglianza con gli uomini sulla base del presupposto che donne e uomini hanno gli stessi diritti (civili, politici, sociali). Il paradosso del modello ugualitario sta nel fatto che è stato oggetto di un allargamento formale, ma non sostanziale: l’uguaglianza modifica la sua forma includendo anche le donne “come se” fossero uomini. Secondo la logica del come se la differenza sessuale andrebbe cancellata, ignorata e le donne inserite in un processo di omologazione al paradigma maschile. Si tratta di un principio ancora una volta pensato dagli uomini per gli uomini, ingabbiato nella logica patriarcale perché dichiara nulle le differenze tra uomini, ma non dichiara affatto la differenza sessuale tra uomo e donna.

LUCE IRIGARAY
Luce Irigaray

Il femminismo della differenza, invece, reagisce alla logica simbolica dell’ordine patriarcale e fallogocentrico che assume il maschile come paradigma e l’Uomo come concetto universale che assorbe quello femminile. Il femminismo della differenza rende la differenza una differenza che fa differire le donne dagli uomini. Per cui rifiuta la neutralità della filosofia e la monosessualità che ha obliterato il femminile a favore di un’ottica di riconoscimento del dato originario della differenza sessuale tra maschile e femminile che è un “impensabile del pensiero, un impensato che attraversa l’identità umana” secondo Luce Irigaray[2], che supera sia la logica della contrapposizione dei sessi che il dominio esclusivo di uno di essi.

La differenza così intesa non è solo di carattere anatomico, ma anche e soprattutto simbolico e relazionale, per cui va intesa come relazione-a, senza essere assorbita nella totalità dell’Uno. Contro il paradigma dell’Uno, che la Irigaray definisce “l’economia del Medesimo”[3], il femminismo prospetta una visione dinamica e plurale delle identità (oltre al maschile e al femminile) e delle relazioni. Si pensa ad una relazione tra i sessi in termini di ricomposizione (et-et), e non di dialettica oppositiva (aut-aut). Non si tratta dunque né di uguaglianza, né di neutralità, ma della possibilità per la donna di ri-significarsi come soggetto originale, e non come semplice variante di quello maschile, anche attraverso il linguaggio. È proprio con il linguaggio, un linguaggio fallocentrico, che l’ordine simbolico patriarcale si fa più insidioso per l’incessante appello al concetto di natura, inteso come ordine assoluto della realtà.

Butler
Judith Butler

Il femminismo ha sin dall’inizio cercato di dimostrare la fallacia e la storicità di questo concetto di natura considerandolo come base di un sistema di economia binaria, oppositivo e gerarchico, in cui l’unico soggetto è quello maschile. Il femminismo sposta l’attenzione dai cieli dell’Io trascendentale e la volge verso la terra, dove incontra gli io empirici, soggetti pensanti, ma anche soggetti incarnati riproponendo così la questione del corpo come fondamentale. Si tratta di una questione che va oltre la mera distinzione tra materiale e spirituale, perché vuole giungere ad una maggiore consapevolezza della dimensione corporea della vita e valorizzare il ruolo del corpo nella costituzione del sé e dell’identità personale. “L’incarnazione è il dato a partire dal quale un fatto è possibile”[4]: il sé richiede un corpo per stare al mondo, manifestare la sua potenza e i suoi limiti, e soprattutto per svelarsi all’Altro. Un corpo come luogo “problematico” per eccellenza: continuamente esposto, vulnerabile, misura del mondo, spazio e perimetro di ogni essere umano, margine estremo, invalicabile della libertà. Un corpo che si dice in molti modi, un corpo che parla, e che ci invita a “prendere parola a partire dalla corporeità” secondo Judith Butler.

La vera rivoluzione filosofica del femminismo è allora quella di prospettare una filosofia per le donne, cioè per l’altra metà del genere umano, e una filosofia delle donne per la filosofia stessa, affinché rappresenti la più ampia varietà di prospettive. Una filosofia attenta a come e a cosa pensano le donne, in cui le donne parlano di sé e del loro mondo e costruiscono da sé il proprio pensiero e le loro pratiche.

Ci troviamo qui per porci delle domande. E abbiamo pochissimo tempo per trovare una risposta. In questo momento di transizione sono così importanti da cambiare, forse, la vita di tutti gli uomini e le donne, per sempre. È nostro dovere ora continuare a cambiare a pensare, pensare, pensare. Non dobbiamo mai smettere di pensare: che “civiltà” è questa in cui ci troviamo a vivere?[5]

[1] Kate Millet, La politica del sesso, 1971, Milano, Rizzoli.

[2] Luce Irigaray, La via dell’amore, 2008, Torino, Bollati Boringhieri.

[3] Luce Irigaray, Speculum. Dell’altro in quanto donna, 2010, Milano, Feltrinelli.

[4] Gabriel Marcel, Giornale Metafisico, 1966, Roma, Abete.

[5] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1963, Milano, Mondadori.

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