Il report del Caffè del 24 febbraio

di Anna Capriati

VENERDI 24 FEBBRAIO PRESSO IL CAFFE’ D’ARTE A BARI ABBIAMO INAUGURATO UN NUOVO CICLO DI INCONTRI FILOSOFICI, INIZIANDO CON UN TEMA DAL TITOLO “STILI DI VITA: SPAZI DI LIBERTA’?” A CURA DEL PROFESSOR MARIO MANFREDI (ORDINARIO FILOSOFIA MORALE UNIBA), COORDINATO DAL PRESIDENTE DI SOCIETA’ FILOSOFICA ITALIANA SEZ. BARI MARIO DE PASQUALE E CON LA COLLABORAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE EX-ALUNNI ORAZIO FLACCO.

“Il riconoscimento tra singoli mette capo alla struttura intersoggettiva dell’identità personale”. Mario Manfredi – Teoria del riconoscimento[1]

Uno degli elementi che accomunano gli interventi di questo primo incontro nella città di Bari (che fa seguito a quello di Rutigliano, lo scorso 8 marzo) è l’irriducibilità degli stili di vita come sistemi abitudinari soggettivi, il loro intreccio con il dono e con i valori morali, con la salute e con lo spazio pubblico.

Il prof. Manfredi confrontandosi con la categoria “sfuggente” dello stile di vita inteso come “abitudine frutto di scelte legate al tempo”, ne estende di significato in un duplice senso: apparenza e verità. Entrambe le direzioni costruiscono l’identità personale, o meglio, la vita privata, in un’accezione comune privacy, come dimensione strutturale del paradosso che oscilla tra un’apertura al pubblico per ciò che si è e una chiusura su ciò che non si è.

Uno stile di vita – argomenta con cura Manfredi – è una “manifestazione ambigua” vale a dire una “doppia vita” legata non tanto dalle opzioni etiche individuali, ma piuttosto come modi d’essere dell’alterità intrinseca in ognuno di noi. Effettivamente, questo pone l’esigenza che ciò che è un modo di vivere sia per l’identità dotato di valore, e rinvia alle singole progettazioni che consentono una maggior coerenza nel mettere in scena la propria parzialità nel mondo. Ma l’estensione dei bisogni e delle attività utili alla realizzazione di se stessi produce al tempo stesso un fascio di implicazioni a cui occorre una criticità.

Il filosofo De Pasquale, accende armoniosamente il dialogo con i partecipanti, sottolineando alcuni tratti del discorso morale del pensiero di Manfredi: interesse pubblico e interesse privato, la ricerca della felicità e spazi di libertà. Il venir meno di un riconoscimento dell’io e l’altro diverso da me, il dilagare dell’indifferenza in una società governata da consumatori sempre più legati alla spregiudicatezza del guadagno, rischiano oggi di causare una perdita di spazi di libertà – intende De Pasquale – variabili sul campo etico, politico, sociale come cambiamenti e alternative fuori dalle logiche oppressive e unidirezionali del consumismo? Un impegno educativo sul creare nuove “condizioni oggettive” mutevoli degli stili di vita (modelli di comportamento o acquisizioni di abitudini) come si relaziona al diritto?

  In tal contesto, risponde Manfredi, è quello che potremmo chiamare “’interferenza del potere” nelle pratiche sociali.  Il mettere in comune non è solo la valorizzazione di un certo tipo di libertà; esiste anche una conformità ad un ideale oppure – tratto dall’interpretazione del filosofo Croce“programmi di vita” intersoggettivi che, al di là delle diverse impostazioni teoriche, implicano diverse strategie coercitive di tipo normativo e di tipo esistenziale. Un’analogia non casuale – Manfredi riflette – data la relazione interconnessa tra una “disposizione normativa” che può tutelare/privare l’eticità di una condotta e l’esistenza dell’individualità dell’altro in quanto detentore di diritti.

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Dunque, il professor Manfredi attraverso la metafora del “contratto Ulisse” interpreta la crisi etica della cultura postmoderna. Tale contratto è considerato in campo psichiatrico un “contratto terapeutico vincolante”: fare come Ulisse, il quale chiese  ai suoi marinari di legarlo per ascoltare il canto delle sirene e di non obbedire alle sue richieste di essere liberato. E dovremmo, sin da ora, chiederci se non saranno proprio i giovani le prossime vittime di una nuova medicalizzazione della società pronta a ridurre la complessità del mondo vitale, riproducendo forme di razionalità obbligatorie e coatte? Legare, come Ulisse, i giovani a valori saldi, senza ascoltare le “sirene” del mercato e della liquidità valoriale. Questo il compito della filosofia oggi.

In altri termini, una considerazione sugli stili di vita non può prescindere da una considerazione attenta e accurata del punto di vista di ciascuno – e quindi degli uomini e delle donne oltre la pretesa di neutralità – né da quello sguardo da nessun luogo[2] di cui scrive Thomas Nagel, come garanzia di una oggettività imparziale e svuotata di differenze.

[1] Cfr. Teoria del riconoscimento, Le Lettere, Firenze, 2004, pp.7-8

[2] T. Nagel, Uno sguardo da nessun luogo (1986) ed. Il Saggiatore

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